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Punto Nullo Le frane nel Mondo

In questa sezione sono stati raccolti tutti gli articoli inerenti frane e dissesto Idrogeologico raccolti su giornali, internet, ecc. con l'intento di fornire una panoramica aggiornata su tale questione.

Sono presenti, inoltre, anche brevi comunicati flash provenienti dalle agenzie giornalistiche.

Buone Letture


Un'interessante analisi geopolitica che evidenzia come i rischi ambientali e Climatici stiano prendendo il primo posto per le crisi internazionali USA

Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 01-09-2008 at 2:16 PM
Sezione frane e dissesto Idrogeologico >>

3 Gennaio 2008
Usa: prove di controesodo dalle periferie dell’Impero
di Stefano Latini
Sono 271 le evacuazioni di sedi diplomatiche e di cittadini statunitensi ordinate o autorizzate da Washington a partire dal 1988 ad oggi, ma secondo il Government Accountability Office (GAO) modelli e procedure utilizzate non funzionano e mostrano una lunga lista di deficit. La sorpresa più significativa è data dalla percezione delle emergenze espressa dai responsabili diplomatici: il loro sonno è turbato più da possibili disastri climatici e intemperanze ambientali che non dalle minacce terroristiche. Dunque, l’Ambiente fa più paura del Terrorismo?
In attesa di una soluzione ai dilemmi iracheno e iraniano, casi imprevisti di trascuratezza diplomatica e di intelligence a senso unico che arrovellano da tempo le menti dei candidati in corsa per la Casa Bianca (nessuno escluso e quindi incluso l’inquilino attuale), si concretizza l’ipotesi d’un ritorno alle strategie in uso nel corso della Guerra Fredda.
Da mesi infatti parole come distensione e confronto -senza alludere a quello armato ma richiamandosi alle opportunità di sviluppo individuale offerte dai rispettivi modelli dei due fronti contrapposti- stanno tornando di moda nei cenacoli diplomatici, per uscire da un impasse i cui maggiori responsabili sono coloro che per primi s’affrettarono a consegnare alla Storia le stagioni della Guerra Fredda. Oggi essa è in fase di rivalutazione, in riferimento ad aspetti e tratti ben delimitati, certamente non in relazione all’intero mosaico che ne determinò l’esordio e l’eclissi con le dinamiche catastrofiche che ancora oggi fanno sentire i loro effetti.
Anche sul piano della pratica -non soltanto sul versante incendiario della teoria- si avverte il progredire d’una silenziosa inversione di tendenza nel modo in cui Washington rivede e aggiorna il proprio manuale geopolitico. E così agli studi e alle analisi orientate sull’adozione esclusiva di piani d’occupazione e d’intervento, che comunque difficilmente in tempi brevi andranno in pensione, si vanno aggiungendo test e approfondimenti su temi come il ritiro, il ripiegamento, il riposizionamento e lo sganciamento dalle periferie d’un Impero che emette segnali sempre più incompatibili con l’attuale agenda degli Stati Uniti.
Trae origine da queste riflessioni lo studio realizzato recentemente dal GAO, che ha passato al vaglio attento dei suoi esperti (tra i pochi a non aver partecipato al banchetto indigesto della pianificazione del conflitto iracheno) i 271 casi in cui, dal 1988 ad oggi, si è resa necessaria l’evacuazione di sedi diplomatiche e cittadini statunitensi dai Paesi dove svolgevano funzioni di rappresentanza, lavoravano, o erano in vacanza. Lo scopo di queste rapide azioni emergenziali di controesodo è naturalmente garantire l’incolumità dei soggetti evacuati; ma la finalità dell’analisi del GAO è stata almeno duplice: investigare le possibilità reali di organizzare un esodo in maniera rapida e sicura e, allo stesso tempo, offrire i suggerimenti necessari per aumentarne l'affidabilità e l'efficienza.
Uno studio complesso quindi, che ha riservato non poche sorprese. Innanzitutto, è stato stupefacente apprendere che l’incubo dei consoli e diplomatici statunitensi all'estero non è affatto il rischio terrorismo, quanto piuttosto i classici e usuali fenomeni di instabilità politica dei diversi paesi come, per esempio, proteste e manifestazioni non necessariamente indirizzate contro obiettivi americani che sfuggono al controllo delle rispettive autorità nazionali. Ma la sorpresa maggiore ha riguardato la graduatoria finale, nella quale il terrorismo è in pratica al terzo posto, superato di gran lunga dal timore di improvvise catastrofi naturali, dovute al materializzarsi d’un rischio ambientale che oramai non è più soltanto materia per scienziati ma occupa anche i pensieri di una nuova generazione di diplomatici: questi non fanno altro che osservare e decifrare i messaggi d’un Pianeta spinto, da chi vi alloggia, alle soglie dell’intolleranza.
In concreto, e considerando che i diversi diplomatici e funzionari che hanno preso parte all’analisi potevano offrire tre diverse indicazioni di rischio, oltre l’80% ha richiamato il pericolo di dimostrazioni di piazza incontrollate, il 66% quello ambientale e soltanto il 48% ha fatto espresso riferimento a rischi terroristici, mentre in fondo alla graduatoria hanno fatto la loro comparsa attacchi chimici, biologici e nucleari. Più indietro la paura di attacchi convenzionali, segno anche questo d’un cambiamento piuttosto evidente non soltanto negli obiettivi ma anche nella prassi utilizzata per risolvere i conflitti.
Di fatto oggi le immagini di trincee e di colonne di armati in lento ed estenuante movimento, per quanto arricchite da accessori occidentali, sembrano appartenere più agli ultimi che non ai primi, a parte il caso iracheno, forse sufficiente per rendersi conto degli errori commessi e di quelli evitati.
Comunque, l’incidenza crescente del rischio ambientale è ben rappresentata e giustificata anche dall'analisi degli esodi emergenziali condotti nel corso dell'ultimo quinquennio. Dal 2002 a oggi sono stati ben 89, dei quali almeno 20 hanno avuto come origine gli uragani, le epidemie o l’ombra dell’aviaria. In pratica, se si escludono le 23 evacuazioni legate all’occupazione del territorio iracheno e in appoggio di questa, il rischio ambientale ha bilanciato la minaccia di azioni terroristiche.
Tra l’altro, le capacità individuali e le strutture da dispiegare in caso di rischi che conducano all’evacuazione non hanno superato l’esame del GAO; e questa è un’altra sorpresa. Passando in rassegna i limiti più evidenti, si scopre che il 25% dei componenti dei Comitati d’Azione e d’Emergenza che, in ogni sede, sono chiamati ad organizzare l’evacuazione del personale e di semplici cittadini, è carente o totalmente sprovvisto dell’addestramento richiesto. Ancora, dal 60% delle sedi teatro negli anni passati di rapidi esodi non è stato redatto l'apposito report sulla vicenda: ciò non ha permesso la condivisione delle esperienze, che viene ritenuta un fattore determinante per la definizione e l’adozione di una pratica comune in caso di rischio.
Tanto per concludere la lunga serie di deficit , mentre il 45% delle sedi osservate è in ritardo con l’adeguamento dei rispettivi piani d’emergenza, 3 ambasciate su 4 ammettono di non conoscere con esattezza numero e luogo di residenza di eventuali cittadini statunitensi in caso di evacuazione dell’area. Dunque, come mettere in salvo le persone se non se ne conosce né il numero né la residenza? Difficile trovare una risposta, soprattutto considerando che mentre nel 1996 erano 19 milioni gli americani annualmente impegnati in viaggi oltre frontiera, nel 2006 il numero è salito a 29 milioni -una cifra giudicata insondabile, a meno che tali transiti non vengano sottoposti a controlli specifici ed obbligatori prima che i cittadini statunitensi lascino i confini del Paese.
 Come uscire dall’impasse? Il GAO richiama spesso, in modo a volte liturgico, l’esperienza libanese. Nel corso dell’estate 2006 sono stati messi in salvo ben 15 mila cittadini statunitensi, minacciati dall’incombere del caos nel cuore del Libano. Ripetutamente gli esperti del GAO si soffermano sulle procedure e sulle modalità seguite e, in particolare, sul collegamento con le sedi diplomatiche in Turchia e a Cipro. A questo scambio, intrastatunitense, viene poi aggiunto il coordinamento stabilitosi con sedi e rappresentanti diplomatici di altri Paesi, tra i quali anche l’Italia ha giocato un ruolo di rilievo. La parola coordinamento sembra quindi costituire il primo pilastro di un piano d’esodo rapido e sicuro. Sul versante interno invece, il GAO richiama con insistenza la necessità di predisporre un organismo centrale federale, una sorta di Mister Emergency Exit, che da Washington sia in grado di gestire e di coordinare eventuali partenze precipitose di cittadini e diplomatici statunitensi anche in casi di estrema emergenza. Si tratterebbe di una sorta di rivoluzione istituzionale, dato che la cabina di regia federale appare al momento piuttosto frammentata sul tema. Un maggiore addestramento dei componenti delle unità coinvolte chiude la lista dei suggerimenti sul come ripiegare da aree di crisi.
Sedi estere evacuate dal marzo 2002 ad agosto 2007. Fra parentesi è indicato il numero di volte in cui il Paese è stato interessato da provvedimenti di evacuazione ordinati o semplicemente autorizzati da Washington.

Asia-Pacifico: (1) Cina, India, Indonesia, Taiwan, Timor Est, Uzbekistan, Ufficio Affari Europei Turchia, Vietnam; (2) Nepal; (3) Pakistan.
Medio Oriente: (1) Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar; (2) Bahrain, Giordania, Israele, Libano, Yemen; (3) Arabia Saudita, Siria.
Africa: (1) Burundi, Ciad, Guinea, Kenya, Liberia, Madagascar, Repubblica Centro Africana, Togo; (2) Costa d'Avorio, Repubblica Democratica del Congo.
Emisfero Occidentale: (1) Bolivia, Guyana, Messico; (2) Bahamas, Cuba (Sezione d'Interessi presso l'ambasciata svizzera), Venezuela; (3) Haiti, Jamaica.
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