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Punto Nullo Sezione dedicata al Clima e dintorni...


Vulcani e variazioni climatiche: raccolte di notizie varie

Scoperte e Novità nel mondo del Clima
Posted by Gabriele Ponzoni (gabriele) on 05-06-2008 at 2:10 PM
Articoli sul Clima >> Scoperte e Novità nel mondo del Clima

11.11.2005
Le particelle liberate nell'atmosfera raffreddano gli oceani e li fanno contrarre
 
I vulcani abbassano il livello del mare (adesso ci si mettono anche loro!)
Le grandi eruzioni vulcaniche possono avere un effetto così forte sul clima terrestre da far calare i livelli degli oceani su tutto il pianeta, al punto da richiedere anni prima di tornare ai valori normali. Lo afferma un gruppo di ricercatori guidato da John Church dell'Antarctic Climate and Ecosystems Cooperative Research Centre di Hobart, in Tasmania, in un articolo pubblicato sulla rivista "Nature".
Quando nel 1991 è esploso il monte Pinatubo nelle Filippine, l'eruzione ha innescato una cascata di eventi climatici che hanno fatto scendere globalmente il livello del mare di circa 6 millimetri in un solo anno. L'eruzione ha liberato nell'atmosfera enormi quantità di microscopiche particelle, chiamate aerosol, deflettendo i raggi del sole e provocando un calo della quantità di calore che raggiunge la superficie del pianeta. Come risultato, i mari si sono raffreddati e contratti. Nel successivo decennio, il livello delle acque è poi lentamente risalito di circa 0,5 millimetri l'anno.Dal 1950, il mare sta crescendo in media di 1,8 millimetri l'anno. Ma se si osserva un periodo di tempo più breve (dal 1993 al 2000), il tasso è anche maggiore: 3,2 millimetri l'anno. Dunque quasi metà della differenza fra questi tassi di crescita può essere attribuita al graduale rigonfiamento dell'oceano dopo l'eruzione di Pinatubo. L'altra metà dell'incremento dipende dallo scioglimento dei ghiacci e dal maggior flusso dei ghiacciai ai poli, oltre che dall'espansione del mare in seguito al riscaldamento globale.
© 1999 - 2006 Le Scienze S.p.A.
Meno ghiacciai, più eruzioni
Il fenomeno interesserebbe però solo alcune specifiche aree: oltre all'Islanda, il Monte Erbus in Antartide, le Isole Aleutine e i vulcani dell'Alaska
Il Vatnajökull, il più grande ghiacciaio islandese (ed europeo), sta scomparendo a una velocità di cinque chilometri cubi all'anno e questo potrebbe portare a una più frequente e intensa attività dei vulcani di quel paese. Ad affermarlo è una ricerca condotta da Carolina Pagli, dell'Università di Leeds, e Freysteinn Sigmundsson, dell'Università dell'Islanda, in corso di pubblicazione sulle Geophysical Research Letters i cui risultati sono stati anticipati dagli autori in un'intervista al "New Scientist". I ricercatori osservano che la progressiva dissoluzione della coltre ghiacciata determina un allentamento della pressione esercitata sulle rocce sottostanti, che a sua volta provoca un aumento della velocità con cui la roccia si fonde in magma. A partire al 1890 il magma verrebbe prodotto a una velocità media di circa 1,4 chilometri cubi all'anno, con un aumento del 10% rispetto al tasso di produzione di base. In Islanda, dove sono attivi diversi vulcani, l'ultima grande eruzione, quella del vulcano Gjàlp, risale al 1996, mentre quella precedente si verificò nel 1938, ossia a distanza di 58 anni. Il magma in più prodottosi grazie allo scioglimento dei ghiacciai, potrebbe però portare a eruzioni intervallate da soli 30 anni in media, anche se la previsione non può avere che un valore puramente indicativo dato che, avvertono i ricercatori, la velocità di migrazione del magma verso la superficie non è nota. L'assottigliamento del ghiaccio può peraltro influire sulla frequenza delle eruzioni anche attraverso un altro meccanismo: variando la pressione esercitata sulla crosta, cambia anche la distribuzione degli stress all'interno di quest'ultima. La situazione dell'Islanda non può essere peraltro essere immediatamente estesa ad altre regioni vulcaniche, dato che il Vatnajökull si trova esattamente al di sopra della dorsale medio-atlantica, dove la placca nord-atlantica e quella europea si separano, ed è proprio questa circostanza a far sì che la diminuzione della pressione esercitata dai ghiacciai si ripercuota in modo così significativo fino al mantello terrestre.
Secondo Carolina Pagli le aree che verosimilmente risentirebbero di questo fenomeno comprenderebbero il Monte Erbus in Antartide, le Isole Aleutine e i vulcani dell'Alaska. Proprio le variazioni negli stress presenti nella crosta potrebbero peraltro portare alla creazione di bocche eruttive in località inaspettate: "Pensiamo che durante l'eruzione del Gjàlp il magma abbia raggiunto la superficie in punti inaspettati, a metà strada fra due vulcani, proprio a causa di questi cambiamenti", ha detto la Pagli.
(28 aprile 2008)© 1999 - 2008 Le Scienze S.p.A.

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In questa sezione si è cercato di raggruppare tutti gli articoli e/o pubblicazioni che possono avere delle attinenze alle problematiche legate allo studio ed alle scoperte sul clima. Ogni tanto mi sono capitate per le mani anche alcune notizie curiose (a dir poco) e quindi perché togliergli la dignità di farle "gironzolare" in rete?


Maggio 2006:

Vi segnalo questo link,

in esso potete trovare le ultime elaborazioni, curate dall'ESA, in ambito degli incendi planetari visibili in contemporanea per tutto il mondo ... c'è da mettersi le mani nei capelli!!!!


Agosto 2006

Ed ecco un link che merita per approfondire o capire la teoria del caos (o dell'effetto farfalla) ... molto importante per comprendere alcune teorie legate al clima:


Gennaio 2007:

Per vedere l'andamento delle temperature nel Nord Atlantico

Per vedere l'andamento delle temperature nel mar Artico


Ipotesi di Mercer

Uno dei primi eminenti geologi a sollevare l'allarme sulla possibilità che il riscaldamento globale potesse dare il via ad un collasso della coltre glaciale antartica fu J.H.. Mercer della Ohio State University. Il ragionamento dello studioso nasce dalla considerazione che lo spesso strato di ghiaccio che ricopre grati parte dell'Antartide occidentale poggia su un substrato roccioso molto al di sotto del livello del mare pertanto l'americano ipotizzò come implicitamente questa coltre di ghiacci fosse assai instabile. Pertanto se l'effetto serra dovesse riscaldare la regione polare antartica la calotta glaciale galleggiante che circonda l'Antartide occidentale inizierebbe a scomparire. Di conseguenza privata di questo contrafforte, la coltre continentale si disintegrerebbe rapidamente provocando l'inondazione delle zone costiere di tutto il mondo.
Il disastroso scenario dipinto da Mercer era in gran parte teorico, ma egli faceva rilevare come la calotta glaciale dell'Antartide occidentale potesse di fatto essersi fusa almeno una volta in passato. Tra circa 110.000 e 130.000 anni fa la Terra sperimentò una storia climatica eccezionalmente simile a ciò che si è verificato negli ultimi 20.000 anni, ovvero un riscaldamento relativamente brusco dopo i rigori di una glaciazione. Quell'antico riscaldamento potrebbe avere portato a condizioni un poco più calde delle attuali. Molti geologi ritengono che il livello del mare di allora fosse circa cinque metri più elevato di quanto sia oggi: proprio la differenza che verrebbe prodotta dalla fusione della coltre glaciale dell'Antartide occidentale.


Con poche eccezioni, gli scienziati ritengono di avere stabilito un valore attendibile per il tasso del recente sollevamento del livello marino: 2 mm all'anno. Ma la questione fondamentale che ancora deve essere risolta è: questa tendenza è destinata a rimanere costante o il sollevamento accelererà in risposta al riscaldamento climatico? Per risolvere questo problema, i geologi hanno cercato di ricostruire le fluttuazioni de! livello del mare nel passato, avvenute in risposta a cambiamenti climatici.
Fairbariks, per esempio, ha studiato una specie di corallo che cresce In prossimità della superficie marina, particolarmente nei Caraibi. Facendo profondi sondaggi nelle scogliere coralline di Barbados e individuando antichi campioni di questa specie, egli e i suoi colleghi hanno potuto seguire l'innalzamento del livello del mare a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, quando enormi quantità d'acqua erano ancora intrappolate nelle calotte glaciali polari e gli oceani erano circa 120 metri più bassi di quanto non siano oggi.
Anche se la documentazione ricavata dai coralli mostra episodi corrispondenti a una crescita del livello del mare anche di 2-3 centimetri all'anno, Fairbanks fa notare che questi valori si riferiscono a una situazione assai differente da quella attuale. A quei tempi, da 10.000 a 20.000 anni fa, le grandi coltri di ghiaccio che avevano ricoperto buona parte del Nord America e dell'Europa erano nel pieno della fusione e gli oceani stavano ricevendo immani quantità d'acqua da questi continenti. La documentazione più recente relativa al livello del mare indica una progressiva diminuzione del tasso di crescita, con una sostanziale stagnazione negli ultimissimi millenni. Quindi l'attuale regime climatologico sembrerebbe tendere a livelli del mare relativamente stabili.


Ma Joln B. Anderson della Rice Umversity non è d'accordo
Questo ricercatore sostiene che negli ultimi 10.000 anni, vi sono stati almeno tre episodi di rapido incremento del livello del mare, ma essi sono invisibili nella documentazione fornita dai coralli (utilizzati in altre ricerche per trovare prove di innalzamenti e/o abbassamenti del livello medio marino).
Il più recente episodio di improvviso innalzamento del livello del mare che Anderson riconosce avviene intorno al 2000 a.C..

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